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Dedicato
a Pinocchio |
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Di
Ennio Antonelli
Arcivescovo di Firenze C'è una piacevole riscoperta del Pinocchio di Carlo Collodi. E ciò è dovuto - credo - non solo alle produzioni cinematografiche relative alle avventure del celebre burattino di legno, ma anche allo stile, alla maniera di narrare e ai messaggi contenuti dal libro di Collodi. Fin dall'anno della sua pubblicazione, il 1883, ha avuto una altalenante fortuna critica, ma ha goduto sempre di grande popolarità. Etichettato come libro per ragazzi, ha affascinato la fantasia anche degli adulti, ha tenuto compagnia ai sogni un po' di tutti noi, ha insegnato l'antica e sempre nuova morale della favola, che si era creduta perduta, e ha fatto riscoprire valori che sembravano riservati solo a pochi. C'è un intento pedagogico e moralistico che non si sovrappone dal di fuori, ma nasce dal di dentro dei fatti e dei personaggi, sulla scia di una bontà antica e patriarcale. Dagli anni di Carlo Collodi ad oggi tanti anni sono passati e tante modalità culturali hanno ricostruito mentalità e forme sociali diverse, ma lo spirito e l'animo di un libro come Pinocchio rimangono: la semplice gioia di vivere, la sottile voce della coscienza, il ruolo del padre, la tensione al bene, il bello nonostante i tormenti e le tentazioni e quel senso del sorriso che esprime e manifesta la profonda nostra interiorità. Plaudo quindi a iniziative come questa, che intendono riportare l'uomo di oggi- anche attraverso l'immagine di Pinocchio - alla originalità dei sentimenti: il lettore si potrà riconoscere in punti di riferimento del nostro mondo interiore, tra l'essere e il voler essere, tra la realtà drammatica e a volte violenta e il voler ri-creare un'aria nuova semplice, retta e pura. |
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Ennio
Antonelli
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