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"Noi onoriamo grandemente l'artista", diceva Paolo VI, "perché egli compie un ministero
para-sacerdotale accanto al nostro. Il nostro ministero è quello dei misteri di Dio,il suo è
quello della collaborazione umana che rende questi misteri presenti ed accessibili." Queste parole, pronunciate nell'Udienza del 7 maggio 1964, possono suggerire il fondamento su cui Giovanni Paolo II ha ora costruito una sua Lettera agli artisti che - pur nel quadro di una continuità con il pensiero di Paolo VI - è nuova, attuale, di singolare originalità. La differenza qualificante consiste in una identificazione con l'artista. Papa Montini scriveva da amatore e collezionista, qual'era; Karol Woytila scrive invece da artista. La sua (come osservò il Cardinale Poupard, presentando il testo alla stampa) è "una lettera scritta con intimità e verità di accenti, sincerità di stato d'animo, partecipazione di 'collega' ". Giovanni Paolo II, papa ma anche poeta, drammaturgo e attore, "entra così nell'animo stessa dell'artista (continua Poupard): lo esplora, perché lo conosce, artista lui stesso". Lo stesso autore della Lettera allude a questo rapporto 'collegiale' quando, nel primo paragrafo, ammette di sentirsi "legato" agli artisti "da esperienze che risalgono molto indietro nel tempo ed hanno segnato indelebilmente la mia vita". Il pathos del Creatore Data la chiave personale e collegiale, è comprensibile il punto di partenza teologico scelto da Giovanni Paolo II, L'artista, immagine di Dio Creatore. Qui, come in altre sezioni, la Lettera attinge a tematiche sviluppate dai Vescovi della Toscana nella loro Nota Pastorale del 1997 su "la comunicazione della fede attraverso l'arte" (Regno Documenti...), dove un capitolo importante fu dedicato al "Dio creatore e la creatività dell'uomo". Ma il Papa va molto oltre: mentre i Vescovi toscani si limitarono all'affermazione che "la spinta umana verso una creatività analoga a quella divina costituisce l'ambito del rapporto tra creatura e Creatore", l'artista Woytila scrive ai 'colleghi' che "nessuno meglio di voi può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all'alba della creazione, guardò all'opera delle sue mani". Il Papa imposta il discorso, cioè, in termini dell'identificazione personale dell'artista con il Deus artifex: un'identificazione sperimentata precisamente nell'emozione che l'uomo prova davanti a qualcosa che ha fatto, la cui origine Giovanni Paolo II vede in Dio stesso! Il tono, l'atmosfera dell'apertura - di tutta la Lettera infatti - è di "stupore" (parola ripetuta ben cinque volte nel testo), una vibrazione dell'emozione di Dio riflessa nello sguardo con cui l'artista, avvinto "dello stupore per il potere arcano dei suoni e delle parole, dei colori e delle forme", ammiri l'opera del proprio estro! Così l'artista s'identifica con Dio, e il Papa con l'artista, in un progetto unitario che coinvolge la Chiesa, gli artisti e la Santissima Trinità: progetto di salvezza mediante la bellezza (viene esplicitamente citata l'affermazione di Dostoevskij: "la Bellezza salverà il mondo"). Quella poi cui si riferisce Giovanni Paolo II non è bellezza solo estetica, ma anche e soprattutto funzionale: Woityla cita due volte una frase del poeta polacco Cyprian Norwid, "la bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere". Il ciclo porta quindi dalla bellezza allo stupore (davanti a quanto l'uomo ha fatto),dallo stupore all'entusiasmo (per quanto l'uomo può ancora fare), dall'entusiasmo al lavoro (in cui l'uomo realizza il suo potenziale), e dal lavoro a una 'risurrezione'(nella comprensione della propria dignità di creatura creativa fatta ad immagine del Dio Creatore). Stupore, entusiasmo, risurrezione: la bellezza per Giovanni Paolo II è "invito a gustare la vita e sognare il futuro". Il talento come 'compito' e 'servizio' Traspare in ogni paragrafo della Lettera l'autocomprensione etica e spirituale a cui il dono del talento chiama l'artista. Il talento è un compito, l'arte un servizio; ogni uomo è chiamato ad essere artefice della propria vita, dice il Papa, ma l'artista - nelle cose che fa e che svelano la sua vita - contribuisce in quanto uomo a plasmare la vita interiore di altri uomini. Anche i Vescovi toscani, nella loro Nota del 1997, suggerivano che "gli artisti rivelano per analogia la struttura della creatività personale, il modo cioè in cui ogni uomo e donna 'progetta', 'modella' e 'colora' la propria vita per meglio servire Dio e il prossimo". Ma Giovanni Paolo II colloca quest'osservazione precisamente sull'orizzonte etico del singolo artista, situato a sua volta sull'ampio sfondo del 'bene comune': "chi avverte in sé questa sorta di scintilla divina che è la vocazione artistica avverte al tempo stesso l'obbligo di non sprecare questo talento, ma di svilupparlo, per metterlo al servizio del prossimo e di tutta l'umanità". Più avanti nella Lettera, Giovanni Paolo cita le parole pronunciate da Paolo VI a conclusione del Concilio Vaticano II: "questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno della bellezza, per non cadere nella disperazione", e ricorda la definizione - nella costituzione Sacrosanctum Concilium - dell'attività artistica a servizio della Chiesa come un "nobile ministero". La storia dell'arte e l'Incarnazione L'evento centrale della storia dell'arte, come di ogni altra 'storia' che l'uomo vive e scrive - l'evento che eleva il retto uso del talento artistico da 'obbligo' etico a nobile 'ministero' - è l'Incarnazione del Verbo di Dio. Rimane in qualche modo operativo, il divieto veterotestamentario di raffigurare l'Altissimo, perché Dio trascende ogni raffigurazione materiale. Eppure, nell'Incarnazione "il 'Dio-Mistero' si pose come incoraggiamento e sfida per i cristiani anche sul piano della creazione artistica... Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha introdotto nella storia dell'umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della bellezza". Il significato concreto di quest'affermazione teologica, nell'esperienza del sacerdote-artista Karol Woytila, viene suggerito nella sezione storica della Lettera, dove - parlando delle icone - il Papa cita una frase stupenda di Pavel Florenskij: "L'oro, barbaro, pesante, futile nella luce del giorno, con la luce tremolante di una lampada o di una candela si ravviva, poiché sfavilla di miriadi di scintille ora qui, ora là, facendo presentire altre luci non terrestri che riempiono lo spazio celeste". Il Papa dall'Est è altrettanto sensibile all'arte occidentale. Parlando delle cattedrali gotiche, fa sua l'idea che "dove il pensiero teologico realizzava la Summa di San Tommaso, l'arte delle chiese piegava la materia all'adorazione del mistero"; e nella nuova valorizzazione dell'uomo dell'arte rinascimentale, Giovanni Paolo II trova un'espressione di quella dignità dell'uomo redento che diventa base dell''umanesimo cristiano' dei secoli XV-XVIII. Scrivendo poi dal Palazzo Apostolico, "un vero scrigno di capolavori d'arte", Woytila ricorda con evidente partecipazione i maestri con cui ha vissuto da più di vent'anni: Michelangelo, Raffaello, Bramante, Bernini, Borromini, Maderno. Al centro del suo pensiero, però, c'è sempre l'Incarnazione: "se il Figlio di Dio è entrato nel mondo delle realtà visibili, gettando un ponte mediante la sua umanità tra il visibile e l'invisibile, analogicamente si può pensare che una rappresentazione del mistero possa essere usata, nella logica del segno, come evocazione sensibile del mistero". Arte e contemplazione La Lettera del Papa agli artisti è essa stessa 'ponte', 'evocazione sensibile del mistero',BR> opera d'arte che nasce dalla contemplazione adorante. Più che scrivere, Giovanni Paolo II ha musicato e colorato le sue idee (che in ogni caso hanno l'intima concretezza del vissuto). Con toni argentei e tinte luminose ricrea l'esperienza dell'artista, in cui "l'aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione della bellezza e della misteriosa unità delle cose". Ammette la frustrazione provata dagli artisti di fronte al "divario incolmabile che esiste tra l'opera delle loro mani, per quanto riuscita che essa sia, e la perfezione folgorante della bellezza percepita nel fervore del momento creativo", del cui splendore l'opera realmente dipinta o scolpita non è che un barlume. Ma condivide anche il rapimento del credente davanti a un capolavoro di arte sacra: "egli sa di essersi affacciato per un attimo su quell'abisso di luce che ha in Dio la sua sorgente originaria". Nel medesimo paragrafo, poi, Giovanni Paolo II cita l'artista domenicano che ha perfettamente tradotto in immagini il motto del suo Ordine, contemplata aliis tradere: Beato Angelico, che viene presentato come "modello eloquente di una contemplazione estatica che si sublima nella fede". Il Papa ricorda anche la poesia del poverello d'Assisi, riportando l'affermazione di San Bonaventura che Francesco "contemplava nelle cose belle il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto". L'artista, voce dell'universale attesa di redenzione Se gli occhi del Papa guardano verso la luce - verso il riflesso delle candele sull'oro delle icone, verso Beato Angelico e Francesco d'Assisi - , il suo cuore non ricusa davanti alle tenebre. "Ogni forma autentica di arte è, a suo modo, una via di accesso alla realtà più profonda dell'uomo e del mondo", afferma, insistendo poi che anche nell'odierno distacco tra il mondo dell'arte e il mondo della fede, la Chiesa nutre grande apprezzamento per il valore dell'arte come tale. "Questa, infatti, anche al di là delle sue espressioni più tipicamente religiose, quando è autentica, ha un'intima affinità con il mondo della fede", dice. E nel caso qualcuno non avesse capito, Giovanni Paolo II aggiunge che, "persino quando scruta le profondità più oscure dell'anima, o gli aspetti più sconvolgenti del male, l'artista si fa in qualche modo voce dell'universale attesa di redenzione". Si tratta di una novità di proporzioni epocali! Significa che la "alleanza con gli artisti" auspicata da Papa Montini, e che Woytila subito ripropone, è ormai un'alleanza con tutti gli artisti, credenti e non! Nessuno è escluso, e il Papa c'insegna a cercare, perfino in opere opposte alla nostra tradizione e sensibilità, "una sorta di ponte gettato verso l'esperienza religiosa". Il Vescovo di Roma difende cioè la dignità e l'autonomia di ogni artista, in questa Lettera davvero 'cattolica', universale. Il rapporto tra Chiesa ed artisti La Chiesa "ha bisogno" dell'arte, perché "deve rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello Spirito, dell'invisibile di Dio". Ha quindi bisogno anche "di chi sappia realizzare tutto ciò sul piano letterario e figurativo", nonché di musicisti ed architetti. Ma gli artisti, a loro volta, hanno bisogno della Chiesa. "L'artista è sempre alla ricerca del senso recondito delle cose", dice il Papa; "il suo tormento è di riuscire ad esprimere il mondo dell'ineffabile" che proprio la Chiesa gli può aprire. Così la religione diventa una "sorta di patria dell'anima" degli artisti, e il cristianesimo in particolare - "in virtù del dogma centrale dell'Incarnazione del Verbo" - offre agli artisti un orizzonte ricco di motivi d'ispirazione. Offrendo tanto, la Chiesa ha anche il diritto di chiedere qualcosa, e il Papa invita gli artisti a "dire con la ricchezza della vostra genialità che in Cristo il mondo è redento; è redento l'uomo, è redento il corpo umano, è redenta l'intera creazione". Tutti gli artisti sono invitati ad assumersi questo compito: "artisti della parola scritta ed orale, del teatro e della musica, delle arti plastiche e delle più moderne tecnologie di comunicazione", perché "l'umanità di tutti i tempi - anche quella di oggi - aspetta di essere illuminata sul proprio cammino e sul proprio destino". Lo Spirito Creatore Con il penultimo paragrafo, dedicato allo "Spirito Creatore", Giovanni Paolo II ritorna al tema d'apertura: il momento primordiale, quando lo Spirito aleggiava sulle acque e l'Artista Divino provò pathos davanti alla bellezza del proprio operato. Questo 'ritorno tematico' costituisce ciò che, negli studi biblici, si chiama una "inclusione": si inizia e si conclude con lo stesso pensiero, che però subisce uno sviluppo, un approfondimento. Seguire fino in fondo questo Papa, che si è tanto interrogato sul senso dei primi capitoli della Genesi, è commovente. Il suo pensiero si muove, dall'identificazione con il sentimento dell'Artefice davanti all'opera compiuta ("Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona"), indietro nel tempo verso l'inizio assoluto, lo Spirito sulle acque, "misterioso artista dell'universo". Nella prospettiva del terzo millennio ormai alle porte, il Papa augura a tutti gli artisti di ricevere in abbondanza il dono dell'ispirazione che, quand'è autentica, sempre "racchiude in se qualche fremito di quel 'soffio' con cui lo Spirito Creatore pervadeva sin dall'inizio l'opera della creazione". Una lettera d'amore Durante il restauro pittorico della volta della Sistina, chi ora scrive ha potuto più volte salire sul ponteggio per studiare da vicino i risultati. Nell'ultima visita, verso la fine dei lavori, chiesi ai restauratori se il Papa fosse venuto a vedere, ma mi dissero di no. Eppure Giovanni Paolo II ha visto. Ha visto e capito, riflettuto e pregato. Anziano di giorni e di opere, ora è lui, il Santo Padre, a parlare ai fratelli del pathos del Padre Eterno: un'emozione che loro, gli artisti, in qualche modo intuiscono. Questa Lettera, che sull'Osservatore Romano fu accompagnata da un'immagine appunto dalla Cappella Sistina - il Dio michelangelesco che crea il sole e la luna - ne è la prova. La Lettera del Papa Giovanni Paolo II agli artisti è orazione e testimonianza, un inno autobiografico, un testamento gioioso, e il lettore non può che amare chi l'ha scritta. Quasi con l'ultima frase, il Papa ricorda un "innamorato del bello", Sant'Agostino, interprete dell'arcana nostalgia degli uomini per Dio. Ma nelle pagine di questa Lettera, l'innamorato è Karol Woytila, che qui 'interpreta' per l'umanità intera, colta nella dimensione della sua creatività, la brama di una "Bellezza tanto antica e tanto nuova" che interpella, che inebria, che solo dà pace. Grazie, Santo Padre, per averci svelato Dio nell'emozione della tua vita di sacerdote artista, che è anche la nostra! Mons. Timothy Verdon Direttore, Ufficio diocesano per la catechesi attraverso l'arte, Firenze; Docente di storia dell'arte, Stanford University, sezione di Firenze; Consultore, Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. |
